La storia criminale di Totò Riina è strettamente legata ai misteri d’Italia. Fino all’ultimo respiro che ha esalato nella notte si è sperato che potesse, magari in punto di morte, fare luce su tante cose poco chiare ma la sua bocca è sempre rimasta cucita e anche le intercettazioni in carcere non hanno mai mostrato un addolcirsi delle sue posizioni, al contrario il suo carattere sanguinario è sempre rimasto vivo e ferventi

I collaboratori di giustizia
Le deposizioni dei collaboratori di giustizia (su tutti Tommaso Buscetta) scateneranno la ritorsione di Cosa Nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizzò i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti “sino al 20º grado di parentela”, compresi i bambini e le donne. Ma non aveva nemmeno trascurato “certe azioni” compiute dai cosiddetti “cani sciolti”. Ce l’aveva con uno di quest’ultimi che taglieggiava la povera gente con lo strozzinaggio: Francesco La Bua, sul quale giungevano notizie e azioni deplorevoli pure ad uno come Riina. Infatti Salvatore Cucuzza e Salvatore Cancemi, prima di diventare collaboratori di Giustizia, avevano informato il boss corleonese che La Bua disturbava con le sue azioni il mandamento di Porta Nuova e che per giunta era cognato di quel poliziotto che in un conflitto a fuoco aveva ucciso Angelo Galatolo della Famiglia Dell’Acquasanta, i cui componenti si lamentarono dell’operato di La Bua, tanto che ne decisero l’eliminazione con la più classica e atroce morte mafiosa: darlo in pasto ai maiali. Per Salvatore Riina taglieggiare la povera gente era un’azione condannabile con la morte. Lo strozzino La Bua la fece franca solo perché sopraggiunsero tanti arresti compreso quello di Cucuzza al quale avevano dato incarico di sopprimere il cognato del poliziotto e di Riina stesso.

Il Papello e la trattativa con lo stato
L’allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò tra giugno e ottobre 1992 Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. La proposta era in realtà, secondo la versione fornita da Mori, una trappola per cercare di stanare qualche latitante, ma Riina rispose alla richiesta con il famoso Papello, un documento di richieste per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso.

L’esistenza della trattativa tra stato e Cosa Nostra è stata successivamente smentita dallo stesso Mori. Il 12 marzo 2012, però, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 – 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra “ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des […] L’iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia”.

L’arresto
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Arresto di Salvatore Riina.
Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo). Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza, insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. L’arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti al generale dei carabinieri Francesco Delfino dall’ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra, che lo aveva condannato a morte.

Le condanne
Nel 1992 Riina venne condannato in contumacia all’ergastolo insieme al boss Francesco Madonia, per l’omicidio del capitano Emanuele Basile. Nell’ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all’ergastolo, come mandante dell’omicidio del boss Vincenzo Puccio. Nel 1994, altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta.