“Il carcere? Un incubatore di terroristi e di criminali in generale, purtroppo!”. Anna Maria Cossiga, docente di Geopolitica alla “Link Campus University” di Roma, ha pochi dubbi: Anis Amri, il ventiquattrenne tunisino ritenuto autore della strage di Berlino e ucciso in un conflitto a fuoco dalla Polizia a Milano, s’è “convertito all’Isis” durante la sua reclusione a Palermo. Chiamata nei mesi scorsi dalla Presidenza del Consiglio a far parte della Commissione nazionale di studio sullo jihadismo islamico, la studiosa – figlia dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga – afferma: “I segnali sono ormai certi. Insieme al web, il carcere è ormai il luogo di radicalizzazione per eccellenza”.

Moltissimi gli stranieri detenuti in Italia. Una polveriera, pronta a esplodere?

“In Italia si sta facendo già molto per prevenire il problema. I detenuti a rischio vengono attentamente controllati. Ma la prevenzione non è facile. Se, da una parte, è giusto garantire ai detenuti musulmani la presenza di una guida religiosa, di un imam, dall’altra è spesso difficile capire chi siano esattamente questi imam, quali siano le loro idee. Inoltre, molti dei detenuti si autoproclamano imam e diventano guide spirituali senza una preparazione formale”.

Quindi?

“L’Islam non prevede sacerdoti “consacrati”, come il cattolicesimo, ma una preparazione per chi sarà una guida spirituale sì. Si sta lavorando per un maggior controllo sugli imam che entrano in carcere ma, per quelli autoproclamati all’interno, non si può fare altro che monitorarli e, casomai, impedire loro di nuocere”.

Nulla di nuovo: il reclutamento dietro le sbarre è un meccanismo ampiamente sperimentato anche dalle mafie. Almeno questa lezione, siamo riusciti a impararla?

“Si impara ma poi spesso non si può agire come si vorrebbe. Conosciamo tutti la situazione delle nostre carceri. E come si fa a controllare uno per uno i detenuti? Nel nostro caso specifico: se gli imam parlano in arabo, o in urdu o in qualche altra lingua straniera, come si fa a capire che cosa dicono, a che cosa incitano i fedeli? Le critiche al nostro sistema sono facili da fare, ma riuscire a trovare la soluzione è molto più difficile delle chiacchiere”.

L’Unicef ha appena presentato a Palermo, Roma e Milano la video-inchiesta “Invisibili” sul fenomeno dei minori stranieri non accompagnati che dopo lo sbarco spariscono nel nulla. Un motivo di ansia in più?

“Certamente. Sappiamo tutti che fine potrebbero fare, o hanno già fatto, questi minori. Credo sia comunque interessante notare che molti di quelli che noi definiamo minori sono ragazzi già cresciuti a causa delle situazioni dei Paesi di provenienza, che non possono essere paragonati, per le loro tragiche esperienze di vita, ai nostri quindicenni o sedicenni. Ma questo rende ancora più grave il problema. Dobbiamo trovare una soluzione vera al problema dell’immigrazione e sviluppare una politica in merito, o le cose non cambieranno”.

Lei fa parte della commissione per lo studio dello jihadismo in Italia. Davvero qui da noi si sta meglio che in Francia o in Belgio?

“Sì, si sta molto meglio. I nostri foreign fighters sono pochissimi e le comunità musulmane nel nostro Paese sono “tranquille”, se così possiamo dire. Questo non significa che non esistano rischi. L’Isis ci ha minacciato più volte e i motivi della nostra situazione migliore sono così vari, che possono mutare rapidamente. Con questo non voglio aumentare la paura, ma semplicemente dire che è bene stare all’erta. Le nostre istituzioni lo sono e, a causa delle vicende italiane del passato, le nostre forze dell’ordine insieme alla nostra intelligence hanno una conoscenza delle questioni terroristiche che altri Paesi non hanno. Seppure a causa di tristi trascorsi, siamo diventati più preparati in questo settore”.