101 anni fa moriva un padre della letteratura

Anche papa Luciani catturato dai ragazzi di Mark Twain

Tom Sawyer

30 novembre 2011 -  Incontrai Tom Sawyer e Huck Finn durante una noiosissima estate, passata in una sorta di eremo sulle rive del lago Maggiore con le isole Borromee di fronte. Sognavo quelle isole, ma in particolare ero attratto da quella dei Pescatori. Sembrava disabitata o, perlomeno, non vedevo segni di civiltà. L’adorabile zio Mario aveva promesso di portarmici in barca.

Nell’attesa me ne stavo assediato dai fratelli Grimm e dall’altro stracciamaroni di nome Andersen. Streghe, orchi, matrigne terribili, stupide casette di marzapane (che ho detestato fino al mio arrivo in Sicilia, una meravigliosa scoperta!), principi con il gusto del macabro, pericolosissime scarpette di cristallo, nanetti che già abitavano nella casina del bosco. Nulla e nessuno che mi facesse scattare qualche cosa nella testa.


Fino a quando zio Mario non decise di scalare la libreria di casa riportando a piano terra un rebus: illeggibile, per me, l’autore, intrigante, almeno nella prima parte, il titolo: “Le avventure di Tom Sawyer”. Affrontai la lettura con la giusta ansia di chi ha paura di perdersi tra quei nomi che mi parevano disegni: Joe Harper, Huckleberry Finn (incomprensibile anche come disegno) e Tom Sawyer, dei tre quello con il quale inziavo ad avere un po’ di confidenza.

E Tom mi portò sull’isola con una zattera rubata, cioè in prestito ma senza chiedere. Finalmente leggevo e in testa mi partivano avventure parallele, le stesse paure di Tom e soci, le risate, trovare il cibo, inventarsi il fuoco, interrogarsi sui pericoli. Anche quando smettevo di leggere continuavo a vivere con Tom e gli altri, senza aspettare la sera per sognare.

Vedevo l’isola davanti a me e sapevo che eravamo là, esattamente dove ci eravamo lasciati la notte prima di addormentarci. Mark Twain, avevo imparato a chiamare per nome anche lui, era magico, ci conosceva benissimo, giravo pagina e scoprivo che pensava come noi, che descriveva le nostre azioni esattamente come avevamo deciso di farle.

Ma un problema c’era, un problema iniziato piccolo piccolo che giorno dopo giorno diventava sempre più ingombrante: eravamo scappati di casa e nessuno aveva idea di dove fossimo, nè zio Mario nè zia Polly. Nessuno.

E arrivò il giorno del nostro funerale. Fu straordinario assistere a tutta la messainscena funebre organizzata per noi, scavezzazolli morti annegati. All’improvviso, nel bel mezzo del funerale, come nel più geniale gioco a nascondino, saltammo fuori. Non ci furono veri rimproveri ma solo gioia e festa. A zio Mario non dissi mai che l’avevo visto al mio funerale.
Cosa rende uno scrittore immortale? La genialità della sua opera? Qualche volta. I principi morali che supportano il suo lavoro? Anche. Descrivere come proprie le emozioni che il lettore proverà? Spesso, molto spesso.
Il futuro papa Luciani dedicò a Mark Twain queste parole «L’uomo è più complesso di quel che pare: ogni uomo adulto rinserra in sé non uno, ma tre uomini diversi: prendete un sor Giovanni qualunque. In esso c’è il Giovanni Primo, cioè l’uomo che egli crede di essere; c’è il Giovanni Secondo, quello che di lui pensano gli altri; e finalmente il Giovanni Terzo, ciò ch’egli è nella realtà» (dal libro Illustrissimi, 1976)

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